VIE del Verso

Nella nostra collana di poesia:

La prima raccolta poetica in lingua italiana dello scrittore iraniano Ahmad Shirazinia

Andrea Rossi, Metamorfosi e circolo, con una nota di Alessandro Fo.

DUE PAROLE DI PRESENTAZIONE

Coniugare pensiero e scrittura poetica è un’antica ambizione. In questa sua breve raccolta, Andrea Rossi studia il «continuo divenire nel Gioco e nelle Cose» lasciando intuire come non vi sia bisogno di cercare uno «Scopo», un «Senso». Scopo e senso sono già il gioco, le cose – e il canto stesso che le rammemora, nel loro perpetuo intrecciarsi. La sofferenza, in questa ridda di mutazioni, è un prezzo che ciascuno si trova a pagare per il fatto stesso di esistere. Il segreto è recuperarla a una visione distaccata e complessiva della vita, accogliere il suo essere pertinente alla «inevitabile forza della trasformazione». E dunque, di conseguenza, «forza all’alleggerimento,/al sorriso, alla giovialità».

Gli animali, gli uccelli,

concertanti notturni

concedono alla Luna

la magia sonora,

l’ascolto del flusso che penetra la materia.

Nell’ascolto noi siamo nel Mondo.

Nell’ascolto noi siamo il Mondo.

Sono formulazioni “sorgive”, che sembrano scaturire con naturalezza dalla condizione esistenziale che ci accomuna. E si liberano con quel piglio autentico che si coglie per esempio in un antico poeta cinese del III secolo d. C., Lu Ji (L’arte della scrittura, a cura di Sam Hamill, trad. it. Parma, Guanda, 2002, pp. 27 ss.):

ogni scrittore scopre una nuova via d’accesso

al mistero,

ed è cosa difficile da spiegare.

[…]

Il poeta sta al centro

di un universo,

contempla l’enigma

e trae nutrimento

dai capolavori del passato.

[…]

Imparare a recitare i classici;

cantare nella chiara virtù

degli antichi maestri.

Esplorare i tesori dei classici

dove nascono forma e contenuto.

Così mosso, accantono i miei libri

e prendo in mano il pennello

per comporre questo poema.

Il poemetto Metamorfosi e circolo si presenta in questo modo, libero, privo di schemi e di agganci, una poesia-proclama. Categorico, nudo e diretto.

Lo accompagna una piccola silloge di frammenti diversi, attinti a quella «gogna del quotidiano» in cui «il mediocre è l’incontro più semplice». Uno spazio personale, in cui assumono un rilievo la nostalgia di brevi epifanie di affetti e consolanti speranze, ma, soprattutto, la scrittura, l’attività della Poiesis:

Tornare all’umano

nell’ultima

delle speranze.

Non piangere. Cercare.

Anche insistere.

Scordare Dio. Dimenticare.

Giocare nelle semplici cose.

Un minuscolo diario, insomma, sullo sfondo del trascorrere dell’Universo. L’immensa, infinita, eternamente riproposta «metamorfosi» della Natura. E la breve ma incisiva fiammata di una voce proveniente da quest’angolo abitato da noi, che «non siamo che Parti, Elementi, Pezzi», noi che «assolutamente non contiamo».

Alessandro Fo