VIE di Carta

Gino Fantozzi

Dialogo immaginario su L’attesa, di Gabriele Fredianelli

– Di Cézanne che ne pensi?

– Le bagnanti?

– Sì, le bagnanti.

– Le Grandi Bagnanti?

– Non ho mai capito bene quante versioni ne ha fatte Cézanne.

– Comunque sono tutte abbastanza simili.

– Che ne pensi?

– In che senso cosa ne penso?

– Rispetto al libro.

– I racconti?

– Sì, i racconti. Quelli di Gino Fantozzi.

– Quelle bagnanti se ne stanno lì, sulla spiaggia, sotto il sole di mezzogiorno, come tutte le bagnanti. Ma queste sono bagnanti antiche e moderne insieme.

– Seducenti, affascinanti, perfino tecnologiche, in attesa che uno dei loro cellulari suoni.

– Bravo. Non l’avevo mai pensato così Cézanne.

– Cioè non ti eri mai immaginato una bagnante di Cézanne nuda ma con l’iphone nella borsetta, vicino al telo da mare?

– No. A parte che quelle sono in costume, non sono proprio nude.

– Ma secondo te perché se ne stanno lì così, aspettando cosa?

– Non so. C’è questa atmosfera sospesa, tormentata, preoccupata, ambigua. Come in tutti gli altri racconti.

– C’è sempre qualcuno che aspetta qualcosa. Anche se poi non si capisce bene che cosa è quel qualcosa.

– Un po’ kafkiano.

– Mi ricorda più Buzzati, non so se hai presente.

– Ho presente.

– È incredibile quella storia del portiere di notte.

– Di Buzzati?

– No, di Fantozzi.

– Ah, quella del portiere di notte che prende appunti.

– Sì, di lui che spia e fantastica sulle vite di clienti che ha conosciuto solo tramite le porte chiuse nei corridoi silenziosi.

– Paradossale.

– Se non è buzzatiano quello.

– Sai invece una cosa, tornando alla pittura?

– Cosa?

– A me più che Cézanne i suoi racconti fanno pensare a De Chirico.

– Sì? Guarda che a De Chirico Cézanne mica piaceva.

– No?

– Ho letto una volta che De Chirico ha scritto che Cézanne non sapeva disegnare.

– Vabbè, comunque quei racconti a me fanno pensare a De Chirico.

– Non ci avevo pensato.

– Secondo me si respira un’aria pienamente metafisica.

– Non dici male forse.

– Quelle piazze o ciminiere, quella vita di provincia. L’assenza di dati o riferimenti concreti, il pigro inquieto trascorrere delle ore.

– Esistenza quasi atemporale.

– Esatto. Potrebbe essere oggi, ieri o cent’anni fa.

– Mi hai quasi convinto.

– Visto?

– Ormai che siamo a parlare di suggestioni, te ne aggiungo un’altra.

– Vai.

– Cassola.

– Adoro il Taglio del bosco.

– Non dico il Taglio del bosco, dico in generale. Non so perché ma ho pensato anche a Cassola leggendo qualche racconto.

– Quale?

– Alcuni di questi, come il “Raglio dell’asino”. Ma anche alcuni della raccolta precedente.

– Non li ho letti.

– La guerra di Pepe. È quello il titolo degli altri racconti.

– Insomma, dici Cassola?

– Boh, sì, dico così. Ma non mi chiedere perché. A parte la Toscana come punto di contatto.

– Perché non te lo devo chiedere?

– Perché ne parliamo così fra noi. Mica siamo a fare critica letteraria.

– No.

– Siamo a parlare così come viene, di questi racconti.

– Già.

– È bello quando leggi qualcosa che ti fa pensare ad altre cose che conosci.

– Come?

– Tipo, leggi un libro e pensi a un film. O vedi un quadro e pensi a una poesia.

– Succede.

– A me è successo con questi racconti.

– Come li hai letti?

– Sono andato lungo l’Arno l’altra mattina, c’era un gran sole.

– Mercoledì?

– Mi pare di sì, o forse era giovedì. Comunque, c’era il sole e mi sono messo proprio dove piace a me, nel punto in cui il fiume cade nella pescaia delle Cascine e l’acqua pare velluto trasparente, prima di essere trascinata giù nella spuma.

– Bello. Ho capito dove dici.

– Sì, e c’erano un sacco di persone lì intorno, sotto il sole, a leggere, o a sentire musica, o semplicemente con gli occhi chiusi.

– È quasi primavera.

– È il posto migliore per leggere. E pareva primavera davvero.

– Ci credo.

– Mi sono messo a leggere quelle pagine di Fantozzi e all’improvviso mi sono accorto che fissavo la linea del fiume pensando a Cézanne e De Chirico e Buzzati.

– Buffo.

– Molto buffo.

– Che poi mica è facile scrivere racconti.

– Per nulla.

– Più facile un romanzo.

– Puoi giurarci.

– O sei Maupassant, o Carver, o Salinger, o sennò è dura davvero costruire un racconto.

– Hai poche pagine per inventare una storia compiuta.

– Per disegnare i personaggi.

– E raccontare qualcosa.

– No, facile per nulla.

– Scusa, ti posso chiedere un’altra cosa?

– Certo.

– Davvero secondo te Cézanne non sapeva disegnare?

– Boh, adesso mi hai messo il dubbio.

Pubblicazioni precedenti al 2014:

Dal sottosuolo di Vincenzo D’Alessio

con una nota di Lorenzo Greco:


Il sottosuolo di cui racconta Vincenzo D’Alessio non è solo un luogo di lavoro, la lavanderia di un grande ospedale cittadino, dove ogni giorno arrivano alle macchine lavatrici carrelli carichi di biancheria sporca di tracce di sangue, feci, urina degli ammalati e delle sale operatorie. Destinati a un lavoro che rimanda per eccellenza al “basso corporeo”, alle viscere umane e alla sofferenza fisica, quei locali si animano della vita di operaie e operai che in quel sottosuolo conducono la loro esistenza lontani e separati da altri lavoratori più emancipati e forse più privilegiati, magari come quelli di reparti specializzati come i laboratori. Quindi quel sottosuolo non è solo un faticoso e talvolta avvilente luogo di lavoro, ma è anche a tratti uno spazio di emarginazione, di degrado… eppure con che sollievo e anche orgoglio il protagonista ricorda di quando da giovane fu assunto a svolgere quella mansione, ottenendo finalmente una vera assunzione in un vero posto di lavoro, riscattandosi da una precarietà esistenziale, da un disagio sociale. Nelle beghe fra compagni di impiego, nelle polemiche delle tensioni sindacali, nelle rivalità umane che non mancano mai da nessuna parte, fra le piccole furbizie di qualcuno che si arrangia e che sa trovare perfino lì qualche personale tornaconto, si svolge la vita dell’io narrante che ripensa al suo lontano vissuto di giovane con spietata analisi, la quale si fa anche esatta, amara e finanche sconsolata denuncia sociale. Ne scaturisce un affresco di un’umanità dolente e comunque vitale, di rara efficacia rappresentativa.

Diario di un cane felice

(il mio padrone è un supereroe)

di Giovanni Neri

Questo è il diario di un cane felice, un border collie che narra in prima persona le proprie avventure quotiane intraprese a fianco del suo “Capo”, un umano che ama come un padre e ammira come un supereroe. Una narrazione simpatica e a tratti struggente che il giornalista Giovanni Neri ha voluto dedicare a tutti i cani, ma soprattutto al suo Aragorn protagonista del libro. 30 capitoli divertenti ed educativi, illustrati dall’ironico tratto di Fabio Leonardi.

La vita semplice di una persona semplice di Antonio Perini

«Provengo da una famiglia patriarcale che agli inizi del Novecento comprò un podere a Terricciola dove nacque il mio babbo, ma già mio nonno da Chianni faceva il procaccia e con il cavallo portava frutta, olio, vino e tante altre cose a Livorno. Al ritorno, riforniva i negozi di Selvatelle e Terricciola con baccalà, aringhe, salacchini, acciughe e quant’altro.»

Questa autobiografia romanzata è un contributo all’antropologia culturale. È un racconto struggente che ci restituisce la memoria della nostra vita contadina.

Antonio Perini nasce a Terricciola il 26 settembre 1929 e trascorre la maggior parte della sua vita nella campagna pisana. Lì, fin da bambino, impara a curare viti, olivi e alberi da frutto, alleva animali e porta avanti la passione per la caccia. Diventa poi un giovane fattore gestendo con sapienza e amore piccole e grandi tenute nel cuore della Toscana. Ma la sua passione segreta – che nasce come un gioco ma rivela presto il suo genio e maestria –  è la fabbricazione di macchinari e utensili della vita contadina. Oggi, a riposo dalle fatiche della vita rurale, ricrea oltre cento modellini di attrezzi agricoli in scala 1:10 e perfettamente funzionanti, esponendoli con successo e ammirazione del pubblico. La vita semplice di una persona semplice è il primo frutto letterario della sua vita genuina.